La riforma che la sinistra voleva e ora combatte
Quando il merito lascia spazio al calcolo politico: da riforma necessaria a bersaglio ideologico solo perché cambia il governo.
POLITICA E SOCIETÀ
Adolfo Tasinato
3/19/20264 min read


di Adolfo Tasinato
Quando il merito lascia spazio al calcolo politico: da riforma necessaria a bersaglio ideologico solo perché cambia il governo.
«Io voto No, perché la gente non arriva a fine mese».
«Votare No è una scelta femminista».
Se il dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia parte da qui, allora c’è un problema serio, non della riforma, ma di chi dovrebbe discuterla.
Perché si può essere contrari, ci mancherebbe, ma quando il confronto scivola su slogan completamente scollegati dal merito come il carovita, le battaglie identitarie, perfino il femminismo usato come clava fuori contesto, si entra in un territorio che ha poco a che fare con la politica e molto con la propaganda.
L’idea che una riforma tecnica della giustizia diventi improvvisamente una questione “di genere” o una risposta agli stipendi bassi è talmente forzata da risultare quasi caricaturale. Se non fosse una cosa seria, verrebbe da liquidarla con una battuta. In realtà è il sintomo di un vuoto: quando mancano argomenti, si cambia campo di gioco.
Ma il punto più politico è un altro e riguarda la clamorosa inversione di rotta della sinistra e del Movimento 5 Stelle, tragicomica la capriola di questi ultimi passati dall’essere quelli che avrebbero liberato la politica italiana dal male assoluto, il Pd, a diventare i loro “portaborse”.
Quella stessa riforma che oggi viene descritta come un pericolo per la democrazia, fino a pochi anni fa era considerata necessaria, se non addirittura urgente. Non da commentatori marginali, ma da esponenti di primo piano, da giuristi autorevoli, da pezzi importanti di quell’area politica. Non è un’opinione: è un fatto.
Allora la domanda è inevitabile: cosa è cambiato? La risposta, per quanto scomoda, è fin troppo evidente. È cambiato il governo. Oggi quella riforma porta la firma dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e questo basta a trasformarla, agli occhi di alcuni venditori di fumo, da necessaria a pericolosa.
È un meccanismo che nulla ha a che vedere con l’interesse dei cittadini. È, piuttosto, un calcolo politico molto misero: se la fa “l’altro”, allora va osteggiata, anche a costo di smentire se stessi. Non è politica di alto livello ma tattica e neppure delle più raffinate.
Nel frattempo si alimenta una narrazione apocalittica: se vince il Sì, dicono, il governo controllerà la magistratura ma qui il paradosso è evidente. Da decenni la questione dell’influenza interna alla magistratura, attraverso correnti, equilibri, logiche associative, è sotto gli occhi di tutti.
Negarla oggi, per agitare lo spettro di un rischio futuro, significa ignorare una realtà già esistente.
Le correnti non sono un dettaglio tecnico: sono politica organizzata dentro la magistratura. Influenzano nomine, carriere, equilibri. Dire che il problema è “evitare che la politica entri” è una semplificazione che non regge. La politica, in forme diverse, c’è già, il punto è come limitarla, regolarla, renderla trasparente.
E invece si preferisce la scorciatoia: trasformare il referendum in un giudizio sul governo, in uno scontro ideologico, in una battaglia identitaria. “O libertà o dittatura”, si è arrivati a dire.
La reazione spesso furiosa del fronte del No si è palesata con una azione sinergica tra magistrati, politica e mezzi di informazione che desta ampi sospetti sulla effettiva presenza di una struttura occulta, atta ad influenzare i governi impoverendo la democrazia, struttura che con la riforma vede minacciata la sua libertà d’azione che esercita da decenni.
In questo clima si inserisce anche la sovraesposizione mediatica di alcune figure della magistratura, che finiscono per occupare uno spazio sempre più politico. Quando un magistrato entra nel dibattito con toni da campagna elettorale, il confine tra ruolo istituzionale e militanza si fa inevitabilmente più sottile. E il rischio, per la credibilità del sistema, è evidente.
Il risultato è una confusione crescente tra i cittadini, alimentata da “testimonial” che semplificano, polarizzano, dividono. Si banalizza un tema complesso e si trasforma una riforma strutturale in uno scontro tra tifoserie.
Eppure, al di là del rumore, resta un dato: la riforma non tocca i principi fondamentali della Costituzione. Interviene sull’organizzazione, sui meccanismi, su quegli snodi che da anni vengono indicati come critici. Non è una rivoluzione ideologica ma un tentativo di mettere mano a un sistema che molti, anche a sinistra, hanno a lungo considerato da rivedere.
Che poi il sistema attuale funzioni perfettamente, come qualcuno lascia intendere, è difficile sostenerlo senza forzature. Tra errori giudiziari, processi lunghissimi e responsabilità spesso evanescenti, il tema della qualità della giustizia non è certo un’invenzione di oggi. Per non parlare delle decine di milioni di euro che lo Stato è costretto a risarcire ai cittadini massacrati dalla mala giustizia e poi assolti, quei processi non dovevano proprio iniziare!
In questo scenario, un segnale interessante e in controtendenza è arrivato dall’iniziativa promossa da Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera e figura di spicco di Fratelli d’Italia, il “Comizio d’amore per il Sì”: un evento che ha visto la partecipazione non solo di esponenti della maggioranza, ma anche di parlamentari dell’opposizione favorevoli alla riforma come Roberto Giachetti, Pina Picierno, Marattin, Ceccanti ed altri.
Un fatto politico non banale, che rompe la narrazione di uno scontro rigidamente ideologico, insieme per spiegare ai cittadini italiani che questa riforma attesa da 30 anni non è di Destra o di Sinistra ma di tutti gli italiani.
Una riforma che migliora l’indipendenza della magistratura dalle correnti politiche, che premia il merito e le competenze con un sistema che controlla l’operato dei magistrati punendo chi ha compiuto errori gravi come avviene ogni anno, con enormi danni per migliaia di cittadini innocenti che mai sarebbero dovuti finire sotto processo.
E proprio la tragica vicenda di Tortora è stato il tema dell’intervento conclusivo di Mollicone che ha voluto ricordare i momenti drammatici di quella vicenda che dovrebbe essere un monito severo per tutti quelli che in questi giorni discutono sulla riforma. Enzo Tortora, un bravo giornalista e persona per bene improvvisamente accusato di essere un camorrista da alcuni cosiddetti pentiti.
Come ha sottolineato l’On. Mollicone Enzo Tortora è il simbolo della malagiustizia che è una vergogna nazionale e ancora oggi riecheggiano le sue parole pronunciate durante il processo “io sono innocente, lo scrivo e lo grido da tre anni”. Tortora fu poi assolto con formula piena e i suoi giudici addirittura promossi! Il caso Enzo Tortora è qualcosa che si ripete ogni anno a danno di migliaia di cittadini, non dimentichiamolo.
Quando pezzi di schieramenti diversi si ritrovano a discutere nel merito, significa che forse la questione è più complessa di come viene raccontata. E che ridurla a un “pro o contro il governo” è una semplificazione comoda, ma fuorviante.
Il punto, alla fine, è tutto qui: si può essere contrari alla riforma, ma farlo ignorando le proprie posizioni passate, spostando il dibattito su temi estranei e caricando il confronto di toni apocalittici non è un grande servizio alla democrazia.
Ci auguriamo che i cittadini italiani diano invece una grande lezione di democrazia andando in massa a votare, senza farsi condizionare da chi ha scelto di alzare polvere per coprire una situazione ormai intollerabile.
