Trump e la fine delle ipocrisie

Con Trump si entra nell'era dell'imperialismo esplicito rivendicato come fatto naturale della storia

POLITICA E SOCIETÀ

Adolfo Tasinato

1/24/202610 min read

di Adolfo Tasinato

Con Trump si entra nell'era dell'imperialismo esplicito rivendicato come fatto naturale della storia

Per tre decenni gli Stati Uniti hanno tessuto una narrazione seducente quanto mendace: l'imperialismo buono, nobilitato dalla retorica dell'esportazione della democrazia, dalla difesa dell'ordine internazionale basato su regole, dalla tutela planetaria dei diritti umani attraverso la creazione ed il finanziamento di decine di organizzazioni con presunti intenti umanitari. Una favola perfetta per i salotti televisivi europei, dove ministri e opinionisti si sono cullati nell'illusione che la potenza americana agisse per astratti principi universali e non per interessi geopolitici concreti.

Il bilancio di questa stagione è sotto gli occhi di tutti l'Iraq ridotto a un cratere fumante dopo una guerra fondata su menzogne certificate, l'Afghanistan consegnato ai talebani dopo vent'anni di occupazione inutile, la Libia trasformata da Stato sovrano a campo di battaglia permanente, la Siria dilaniata da un conflitto che Washington ha alimentato senza mai risolverlo, l'Egitto prima consegnato ai Fratelli Musulmani e poi "salvato" da un golpe militare benedetto dall'Occidente.

E ancora: Belgrado bombardata per settantotto giorni senza mandato ONU (in Italia D'Alema Presidente del Consiglio e Mattarella Ministro della Difesa), la NATO spinta fino ai confini russi nonostante le promesse solenni fatte a Gorbaciov, l'Ucraina trasformata in un ariete geopolitico contro Mosca fino a una guerra che analisti seri avevano previsto e che si poteva e si doveva evitare con un minimo di realismo diplomatico.
Le conseguenze di questo interventismo mascherato da filantropia le ha pagate soprattutto l'Europa: ondate migratorie fuori controllo, fenomeno descritto nei rapporti della CIA come arma di destabilizzazione sociale dei Paesi europei, la destabilizzazione del Mediterraneo, dipendenza energetica aggravata, insicurezza crescente. Eppure, le élite del Vecchio Continente hanno continuato ad applaudire, incapaci di distinguere tra interessi americani e valori occidentali probabilmente distratti dalle laute ricompense di certe lobby finanziarie.

Donald Trump spazza via questa ipocrisia strutturale, non cambia la sostanza della politica imperiale americana radicata nella logica di ogni grande potenza ma ne trasforma radicalmente il linguaggio. e lo fa senza il minimo imbarazzo. Con Trump si entra nell'era dell'imperialismo esplicito, dichiarato, rivendicato come fatto naturale della storia. Niente più prediche morali ai dittatori che poi si finanziano sottobanco, niente retorica terzomondista sui valori universali mentre si bombardano capitali sovrane: solo interessi nazionali chiaramente definiti, proiezione di potenza, deterrenza credibile.

Donald ha capito già dal primo mandato che il mondo stava cambiando e che per gli USA sarebbe stato molto difficile mantenere un dominio globale fondato sugli accordi del dopoguerra anche considerando il ruolo da protagonista globale che andava assumendo la Cina. Da questa constatazione il Presidente USA ha deciso da un lato di tagliare certe spese e dall'altro di tessere una nuova ragnatela di influenze e di rapporti economici finalizzata a soddisfare le necessità della sua Nazione, ad esempio, per quanto riguarda terre rare e tecnologie. Potrà non piacere a noi europei ma ha tutto il diritto di farlo.

È uno stile, quello di Trump, che scandalizza le cancellerie europee, abituate da generazioni a confondere la geopolitica con i comunicati stampa delle Nazioni Unite.

Ma è proprio questa brutalità comunicativa che rende Trump infinitamente più leggibile e paradossalmente più onesto sul piano intellettuale dei suoi predecessori democratici e repubblicani. Bush mentiva sulle armi di distruzione di massa vestendo l'invasione dell'Iraq da missione di libertà. Obama bombardava sette Paesi contemporaneamente mentre ritirava il Nobel per la Pace. Trump dice semplicemente: "Questi sono i nostri interessi, questo è ciò che faremo per difenderli".

Prendiamo il caso emblematico della Groenlandia. Letto attraverso le lenti deformanti del giornalismo mainstream europeo, diventa l'ennesima "follia trumpiana", materiale perfetto per editoriali allarmistici sul "pericolo per la democrazia". Inserito invece nella cornice strategica corretta, l'unica che conta davvero quando si ragiona di relazioni internazionali, è tutt'altro: un tassello cruciale della competizione globale tra Stati Uniti e Cina, con l'Artico al centro di nuove rotte marittime rese accessibili dai cambiamenti climatici, giacimenti di risorse energetiche ancora inesplorati e depositi di terre rare indispensabili per l'industria tecnologica del XXI secolo.

Trump non sta progettando un'annessione in stile ottocentesco, come vogliono far credere titolisti in cerca di click perché non ne ha i margini politici, giuridici né militari, e lui lo sa perfettamente. Inoltre, gli USA hanno già ampia disponibilità a livello militare di quel territorio. Il Presidente USA sta invece rendendo esplicito e pubblico ciò che Washington fa da decenni in ogni angolo strategico del pianeta: estendere la propria influenza attraverso basi militari, accordi bilaterali, pressione economica, securitizzazione delle aree chiave. La differenza fondamentale è che lui lo dice apertamente e questo, per molti, è imperdonabile. L'ipocrisia occidentale può tollerare qualsiasi azione, purché venga presentata con il linguaggio giusto. Trump rifiuta questo gioco e per questo viene demonizzato.

Lo stesso meccanismo vale per il Venezuela: non si tratta di una crociata ideologica contro il regime socialista di Maduro, Trump non ha mai mostrato particolare interesse per battaglie ideologiche usate come copertura, ma di una mossa geopolitica fredda e razionale per impedire che le maggiori riserve petrolifere del pianeta finiscano stabilmente nell'orbita economica e strategica cinese. La Cina è il vero convitato di pietra, la chiave interpretativa di ogni scelta trumpiana in politica estera. Contenerla, rallentarne l'ascesa tecnologica e militare, impedirle di controllare risorse strategiche e catene di approvvigionamento: questa è la bussola. Tutto il resto, valori democratici, moralità internazionale, diritti umani, è rigorosamente subordinato all'interesse nazionale. Illudersi del contrario significa non aver capito nulla di come funziona davvero il mondo.

Nel frattempo, Trump smonta metodicamente, pezzo dopo pezzo, l'intera architettura globalista costruita negli ultimi trent'anni. Il ritiro degli Stati Uniti da decine di organizzazioni internazionali che limitano la sovranità americana senza produrre risultati concreti, il drastico ridimensionamento del ruolo delle ONG negli aiuti all'estero, in realtà spesso strumenti di soft power mascherati da umanitarismo, la scelta strategica di riportare il controllo delle politiche pubbliche direttamente nelle mani dello Stato americano anziché delegarlo: nessuno di questi passaggi è un colpo di testa o una manifestazione di ignoranza. Sono atti perfettamente coerenti con una visione sovranista del potere, con l'idea che le nazioni contano ancora e che il globalismo sia stata una parentesi storica destinata a chiudersi perché insostenibile per gli Stati Uniti e perché, in fondo, non ha dato i risultati attesi.

E il passaggio che abbiamo appena osservato ha un valore simbolico enorme: l'arrivo di Trump al World Economic Forum di Davos. Entrare nel tempio stesso del globalismo, dove ogni anno l'élite economica e politica mondiale si riunisce e celebra l'interconnessione, il multilateralismo, la governance globale, per annunciare che quell'epoca è definitivamente tramontata rappresenta un gesto di una potenza comunicativa straordinaria. È il trionfo del sovranismo sulla tecnocrazia, della politica sull'economia finanziaria, dello Stato-Nazione sul cosmopolitismo apolide.

E che l'architettura globalista sia crollata lo ha confermato anche il Premier canadese Carney quando ha affermato che non stiamo vivendo una semplice transizione ma una rottura dell'ordine globale.

Di fronte a questa rivoluzione copernicana della politica americana, l'Europa appare drammaticamente disarmata. Non militarmente perché almeno sulla carta le capacità esistono, ma culturalmente e psicologicamente. Incapace di parlare il linguaggio crudo della potenza, prigioniera di categorie morali e giuridiche che non spostano di un millimetro i reali rapporti di forza, l'establishment europeo continua a rispondere con gli strumenti sbagliati.

Leader come Emmanuel Macron, che alterna deliri di grandeur a capitolazioni diplomatiche e che scappa stizzito da Davos, Keir Starmer, espressione perfetta di un Regno Unito che ha perso la bussola dopo la Brexit, Friedrich Merz, ultimo rappresentante di una Germania che non esiste più, o Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde due burocrati senza mandato democratico né visione strategica, reagiscono a Trump con indignazione morale, non con strategia geopolitica. Dichiarazioni di principio, comunicati stampa, appelli ai "valori comuni": arsenale retorico di chi non ha vera forza da opporre.
Emmanuel, Ursula, Christine: il magnifico trio a Davos ha sbattuto la porta in segno di dissenso e si è trovato isolato, consentendo a Donald di distinguere gli amici dai nemici.

Tutti gli altri, incluso Merz, sono rimasti nella località svizzera e hanno assistito più o meno indignati al funerale della globalizzazione.
Ma l'indignazione, in geopolitica, è solo una forma socialmente accettabile di debolezza. È il rifugio di chi non può agire e quindi si limita a condannare. L'Europa denuncia l'"unilateralismo americano" ma poi rimane inerme quando Trump agisce. Proclama la propria "autonomia strategica" ma continua a dipendere totalmente dalla NATO per la propria sicurezza. Critica il "nazionalismo" altrui mentre i propri Stati membri si paralizzano a vicenda in nome di interessi particolari. È un continente che si illude di contare attraverso le parole, mentre gli altri contano attraverso i fatti.

Trump non inventa un mondo nuovo, fa semplicemente riemergere quello reale, quello che non ha mai smesso di esistere sotto la vernice ideologica degli ultimi decenni. Un mondo fatto di imperi, interessi nazionali definiti, sfere di influenza competitive, rapporti di forza che si misurano in portaerei e testate nucleari, non in risoluzioni dell'ONU. Un mondo in cui la potenza conta più del diritto, la deterrenza più della diplomazia, la forza più delle buone intenzioni.

L'errore grave degli europei non è criticare Trump perché la critica è legittima, anzi doverosa in democrazia, ma fingere ostinatamente che il mondo descritto da Trump non esista, che sia solo il prodotto di una personalità rozza e ignorante. Gli Stati Uniti stanno semplicemente recuperando il ruolo di superpotenza che alcuni analisti frettolosi pensavano avessero perso. L'Europa, invece, scopre dolorosamente di non essere mai diventata la potenza globale che credeva di essere o che i suoi eurocrati sognavano diventasse.

In questo scenario estremamente dinamico, la lucidità geopolitica conta infinitamente più delle buone maniere diplomatiche. E Trump, piaccia o no, è attualmente l'unico leader occidentale che ha smesso di fingere, che chiama le cose con il loro nome reale, che subordina esplicitamente ogni considerazione all'interesse nazionale americano. Non è elegante, non è raffinato, non è politically correct ma è tremendamente efficace nel raggiungere i propri obiettivi e in politica internazionale, alla fine, conta solo questo.

C'è poi un capitolo che merita una critica senza sconti: il ruolo sistematicamente fazioso di una parte consistente della stampa italiana e di troppi commentatori e politici nostrani, sempre pronti a trasformare Donald Trump nel nemico pubblico numero uno dell'Europa, nell'incarnazione del Male geopolitico, nella minaccia esistenziale per la democrazia occidentale. Una rappresentazione caricaturale, ideologica, che rivela molto più i limiti strutturali del nostro dibattito pubblico che non la reale natura della politica estera americana.

Da mesi assistiamo ossessivamente allo stesso copione stanco: Trump dipinto come un pericolo mortale per la pace, come un isolazionista irresponsabile (mentre mantiene la presenza militare USA in decine di Paesi), come un "alleato inaffidabile" (mentre garantisce la difesa europea). Questi giornalisti dimenticano sistematicamente un dettaglio non proprio secondario: è precisamente Trump, alla guida degli Stati Uniti, a garantire concretamente la difesa militare dell'Europa. È Washington che regge il peso schiacciante della NATO, è il contribuente americano che finanzia generosamente l'ombrello di sicurezza sotto il quale l'Europa prospera economicamente, discute accademicamente, pontifica moralmente e si indigna ritualisticamente contro tutto e tutti.

Senza gli Stati Uniti, la NATO semplicemente non esiste come alleanza militare credibile. È una verità elementare che tutti conoscono ma pochi hanno il coraggio di ammettere pubblicamente. E Trump questo lo sa benissimo, lo dice apertamente e per questo viene attaccato.

I giornali italiani che lo denigrano quotidianamente con toni apocalittici e moralistici sono spesso gli stessi che per anni hanno sistematicamente ignorato o minimizzato l'impreparazione strategica europea, l'ipocrisia di governi che predicavano autonomia ma tagliavano anno dopo anno la spesa militare, delegando comodamente tutto a Washington mentre criticavano Washington. Come ha realisticamente fatto notare il Presidente del Consiglio italiano cosa dovrebbe fare l'Italia? Dichiarare guerra agli USA? Uscire dalla Nato e chiudere le basi americane sul suolo italiano? O magari cercare una soluzione condivisa in ambito NATO che è l'approccio pragmatico ed equilibrato che il Governo italiano sta adottando?

Trump non ha "minacciato" l'Alleanza atlantica come titolano certi giornali: ha semplicemente detto una verità elementare ma scomoda. Se vuoi protezione militare, devi contribuire economicamente, se vuoi contare nelle decisioni, devi assumerti responsabilità concrete. Un concetto di una banalità disarmante, che però manda regolarmente in crisi un'Europa abituata da settant'anni a vivere di rendita geopolitica sotto l'ombrello americano.
Ancora più surreale e intellettualmente disonesto è l'atteggiamento di certi commentatori italiani che parlano sistematicamente di Trump come se fosse un corpo estraneo all'Occidente, un intruso barbarico, un pericolo per "i nostri valori", dimenticando volutamente che, piaccia o no ai salotti progressisti, è il presidente legittimamente eletto del Paese che guida concretamente l'Alleanza Atlantica e lo fa non per usurpazione ma perché gli Stati Uniti ne detengono la stragrande maggioranza della forza militare, dell'intelligence strategica, della capacità tecnologica, della deterrenza nucleare. Fingere il contrario è puro autoinganno.

Questa ostilità viscerale e pregiudiziale verso il Presidente USA non nasce minimamente da un'analisi strategica seria, da un disaccordo fondato su alternative concrete. Nasce da un puro riflesso ideologico, da un fastidio di classe, da un'incompatibilità culturale: Trump rompe il linguaggio diplomatico rassicurante, smaschera le finzioni su cui si regge la narrazione europea, mette brutalmente a nudo i rapporti di forza reali che esistono tra Stati Uniti ed Europa.

E questo, per una certa parte del giornalismo italiano educato alla retorica europeista ed al politicamente corretto è semplicemente intollerabile. Molto meglio, molto più comodo rifugiarsi nella demonizzazione personale del "miliardario rozzo" che affrontare il nodo politico vero: l'Europa non conta sulla scena mondiale perché non vuole davvero contare, perché non è disposta a pagare il prezzo della potenza. E quando qualcuno glielo dice brutalmente in faccia, diventa automaticamente "il nemico della democrazia".

Per certi giornalisti addirittura è merito del segretario generale della NATO l'olandese Rutte se Donald ha ammorbidito i toni sulla Groenlandia, francamente ci vuole coraggio a dire ciò dimenticando che Rutte è in estrema sintesi un dipendente della NATO e quindi di Trump.

La verità è che Donald non sta affatto indebolendo l'Europa come ripetono i titoli di molti giornali meccanicamente rilanciati sui social. Sta semplicemente mettendo in luce, con la delicatezza di un martello pneumatico, le fragilità strutturali che l'Europa coltiva da decenni. Sta costringendo gli alleati europei a guardarsi finalmente allo specchio e a vedere la propria irrilevanza strategica. E lo fa con uno stile ruvido, diretto, aggressivo ma tremendamente efficace nel raggiungere i suoi obiettivi.

Donald Trump, che piaccia o meno alle élite culturali del Vecchio Continente, agisce esattamente da leader consapevole di una superpotenza che conosce perfettamente i propri interessi e non ha alcuna intenzione di sacrificarli sull'altare del multilateralismo. Gli altri parlano elegantemente, tengono conferenze, firmano dichiarazioni.

Lui comunica in modo dirompente determinando l'agenda giornaliera dei media, confonde gli avversari ma decide concretamente, agisce unilateralmente, impone i fatti. Ed è questa, al netto di tutte le indignazioni mediatiche e di tutti gli editoriali scandalizzati, la differenza abissale che troppi, anche in Italia, fingono ostinatamente e colpevolmente di non vedere.

Non rimane che un auspicio e cioè che i leader europei dei Paesi fondatori dell'Unione capiscano che non è Trump il pericolo ma la debolezza di una UE carrozzone costoso e dannoso e si mettano al lavoro per costruire un nuovo nucleo fondante di una Europa che fa gli interessi dei cittadini e non delle lobby finanziarie e che costudisca la propria identità occidentale che ha le proprie radici nella Grecia e in Roma. Poi la chiamassero come meglio credono, Europa delle Nazioni, Europa sociale come auspicava decenni orsono Mario Bergamo, ma non si può perdere altro tempo in polemiche da mercato rionale o meglio ancora da tv spazzatura spacciata per giornalismo d'inchiesta.