D’Annunzio, spie e rivoluzione: Fiume rivive sul grande schermo
Il film diretto da Arnaldo Catinari, con Maurizio Lombardi nei panni del Vate
CULTURA
Adolfo Tasinato
4/11/20263 min read


Di Adolfo Tasinato
Il cinema italiano torna al 1919 per raccontare l’utopia del Poeta – Guerriero, crocevia di libertà, intrighi e passioni in un’Italia sospesa tra storia e destino.
Martedì 7 aprile a Roma, presso l’Aula dei gruppi parlamentari, ha avuto luogo l’anteprima esclusiva del film “Alla Festa della Rivoluzione”, un’opera diretta da Arnaldo Catinari e prodotta da Fulvio e Federica Lucisano per Italian International Film con Rai Cinema.
Tra gli interpreti un eccellente Maurizio Lombardi nel ruolo di Gabriele D’Annunzio, Riccardo Scamarcio a capo dei servizi segreti italiani, Valentina Romani, che interpreta una spia al servizio della Russia.
Si è trattato di un’occasione unica per immergersi in un potente racconto dell’immaginario nazionale sullo sfondo dell’impresa di Fiume, che ha segnato profondamente la nostra storia.
Il film è ambientato nel 1919 durante l’occupazione di Fiume guidata da Gabriele D’Annunzio. La storia segue le vicende di Giulio e Beatrice, due giovani che arrivano in città attratti dalla promessa di una società libera, trasgressiva e rivoluzionaria.
Mentre D’Annunzio trasforma Fiume in un palcoscenico di utopia politica e artistica, i due protagonisti vivono un’intensa formazione personale tra ideali libertari, passioni e i conflitti di un’epoca turbolenta. La pellicola intreccia così il loro percorso di crescita con i grandi eventi storici che segnarono quel periodo di ribellione.
Nel film, la figura di Gabriele D’Annunzio viene rappresentata non solo come il leader politico e militare dell’impresa di Fiume, ma soprattutto come un carismatico regista di un sogno, di una visione che diventa utopia.
Viene mostrato nel suo aspetto più teatrale e visionario, capace di trasformare la città in un laboratorio di libertà assoluta e ribellione estetica.
Il film esplora il suo magnetismo sui giovani protagonisti e la sua capacità di mescolare politica, arte e trasgressione, rendendolo l’anima pulsante di quella che lui stesso definiva una “festa della rivoluzione”.
Conoscere l’impresa di Fiume è importante per gli italiani perché rappresenta un laboratorio unico in cui si sono intrecciati nodi storici che ancora oggi influenzano la nostra cultura e politica.
Immaginiamo un’Italia che ha appena smesso di sparare nelle trincee della prima guerra mondiale e si ritrova sospesa in un vuoto profondo, ferita da quella che D’Annunzio definì la “vittoria mutilata”.
Conoscere l’impresa di Fiume significa immergersi in quel momento irripetibile in cui la storia smise di essere noiosa burocrazia per diventare un’esplosione di vita, arte e ribellione.
È fondamentale per noi italiani perché a Fiume nacque un laboratorio di modernità assoluta: la Carta del Carnaro, una Costituzione che consentiva il voto alle donne e l’arte e la musica come fondamento dello Stato, quando il resto del mondo era ancora ancorato al passato.
Studiare quei mesi e l’abilità comunicativa di D’Annunzio vuol dire anche capire come la politica sia diventata spettacolo, con i discorsi dal balcone e i rituali collettivi che avrebbero segnato il secolo a venire, ma significa soprattutto riscoprire un’anima italiana libertaria e visionaria.
Fiume non fu solo una spedizione militare, fu appunto una “festa della rivoluzione” dove artisti, giovani soldati e sognatori cercarono di costruire un’utopia fatta di passioni e diritti civili d’avanguardia.
Comprendere questa vicenda ci permette di guardare oltre le etichette polverose dei libri di scuola, regalandoci il ritratto di un’Italia contraddittoria, poetica e ferocemente viva, capace di immaginare il futuro prima ancora di averlo vissuto.
Nel film la conclusione segue fedelmente il tragico epilogo storico del Natale di sangue del 1920, filtrandolo però attraverso il percorso di crescita dei due giovani protagonisti, Giulio e Beatrice.
Mentre i cannoni della marina italiana colpiscono la città, l’atmosfera di festa perenne e di libertà assoluta che aveva caratterizzato Fiume si sgretola sotto i colpi dell’azione militare.
Il film mostra la fine del sogno dannunziano come una perdita dell’innocenza: Giulio e Beatrice, che erano arrivati a Fiume carichi di ideali e speranze rivoluzionarie, si ritrovano a dover scegliere tra la fedeltà a un’utopia ormai al tramonto e la necessità di sopravvivere.
Il finale si concentra sul contrasto tra l’uscita di scena teatrale di D’Annunzio, che sceglie la resa per evitare un massacro totale, e il destino dei ragazzi che portano con sé le cicatrici di quella “festa” finita nel sangue.
La pellicola si chiude con un senso di malinconica consapevolezza: la consapevolezza che quell’esperimento irripetibile è stato un lampo di libertà destinato a essere riassorbito dagli eventi della storia che verrà.
Un bel film per una operazione culturale di ottimo livello curata dalla Presidenza della Commissione Cultura della Camera, che fa luce su un momento storico che nel dopoguerra è stato volutamente ricoperto da un velo polveroso di censura ad opera della cultura dominante che, probabilmente, ha voluto nascondere quello che ha ritenuto essere una sorta di prologo del Fascismo.
E allora, quella “festa della rivoluzione” è stata chiusa in un cassetto della memoria, vittima di una damnatio memoriae che ha preferito semplificare una vicenda complessa pur di non doverne gestire le contraddizioni.
Se cosi è, consiglio a quegli intellettuali di vedersi il bel film di Arnaldo Catinari, nelle sale dal 16 aprile.
