Cara sinistra, se l’antifascismo non è uno slogan vota Sì
Per decenni la sinistra italiana ha invocato la riforma della magistratura. Oggi che la riforma c’è, vota No. Il paradosso di un’opposizione che ha scelto la tattica al posto della coerenza.
POLITICA E SOCIETÀ
Adolfo Tasinato
2/27/20266 min read


Ostruzionismo travestito da principio
Per decenni la sinistra italiana ha invocato la riforma della magistratura. Oggi che la riforma c’è, vota No. Il paradosso di un’opposizione che ha scelto la tattica al posto della coerenza.
C’è un paradosso che pesa come un macigno nel dibattito sulla riforma della magistratura. Un paradosso che non riguarda la tecnica giuridica, non riguarda i dettagli normativi, non riguarda nemmeno i delicati equilibri istituzionali.
Riguarda qualcosa di molto più semplice e, per questo, molto più devastante: la coerenza. O meglio, la sua totale, ostentata assenza.
Per decenni la sinistra italiana ha denunciato l’impianto “novecentesco” della giustizia. Ha parlato di necessità di superare modelli autoritari ereditati da un’epoca che si vorrebbe definitivamente archiviata. Ha invocato a gran voce la separazione delle carriere, la riforma del CSM, il superamento delle correnti che inquinano l’indipendenza della toga.
Queste non erano posizioni marginali, sussurrate in qualche convegno di nicchia. Erano punti di programma, impegni elettorali, bandiere sventolate con orgoglio.
Oggi, di fronte a una riforma che interviene proprio su quei nodi, la sinistra sceglie il No. Non per ragioni tecniche nuove. Non per improvvise scoperte costituzionali. Ma, e questo è il punto che la squalifica, per pura, fredda, calcolata convenienza politica.
Il dato storico è noto, anche se si preferisce non ricordarlo troppo spesso nei salotti dell’opposizione. L’architettura della magistratura italiana affonda le radici nel Regio Decreto n. 12 del 1941, varato sotto Benito Mussolini, un modello gerarchico, piramidale, centralizzato.
La Costituzione del 1948 ha compiuto un’opera fondamentale: ha garantito indipendenza e autonomia alla magistratura, ha costruito argini democratici attorno a un sistema che ne era privo.
Ma, ed è un “ma” che la sinistra ha sempre sottolineato con veemenza, almeno fino a ieri, non ha riscritto da zero l’ordinamento.
Ha democratizzato una struttura nata in un contesto autoritario con una guerra alle porte. Un po’ come ristrutturare una casa senza risanarne le fondamenta ammalorate: l’aspetto esterno cambia ma le crepe originarie restano.
Lo stesso vale per il codice penale del 1930, il cosiddetto Codice Rocco, dal nome del Guardasigilli Alfredo Rocco, uno dei giuristi organici al regime. Modificato infinite volte nel corso dei decenni, rattoppato, aggiornato, ma ancora fondamentalmente basato su un’impostazione figlia di quell’epoca.
Questo era il mantra della sinistra riformatrice: queste strutture portano ancora i segni della loro nascita e vanno cambiate. Era vero allora. È ancora vero adesso. Ma evidentemente vale solo quando a dirlo è qualcuno che ritiene di essere il solo dalla parte giusta.
Andiamo ai fatti concreti, perché le chiacchiere non servono e i documenti non mentono. Nel programma del Partito Democratico dell’ottobre 2022, sotto la guida di Elly Schlein, si parlava nero su bianco di riforma costituzionale della giustizia, separazione delle carriere e Alta Corte disciplinare.
Non erano proposte di un governo di centrodestra in odor di autoritarismo, come rumina spesso la sinistra quando non ha niente da proporre. Erano le proposte del PD, il principale partito dell’opposizione italiana, presentate agli elettori come un punto qualificante della propria visione riformatrice.
Oggi, quelle stesse proposte, travasate in una riforma concreta, diventano “pericolo per la democrazia e la libertà”. La trasformazione è avvenuta in silenzio, senza che nessuno si degnasse di spiegare cosa fosse cambiato nel merito.
Perché la risposta sarebbe imbarazzante: non è cambiato nulla nel merito. È cambiato solo chi la propone. Oggi la riforma la propone il Governo di Giorgia Meloni e allora alla sinistra e ai suoi portaborse non piace più. E questo, per la sinistra italiana del 2026, sembra essere l’unico criterio di giudizio che conti davvero.
Ci si potrebbe aspettare almeno una spiegazione, un ragionamento, una distinzione tecnica che giustifichi il ribaltamento. Invece, il silenzio. O peggio, le urla. Il “pericolo per la democrazia” evocato come uno spauracchio, senza che si spieghi in cosa consista concretamente questo pericolo rispetto a ciò che si chiedeva ieri.
Il pericolo per la modifica della Costituzione, quando c’è scritto nella Costituzione stessa che è possibile modificarla! Dietro alla posizione e alla comunicazione dell’opposizione vi è solo lo sfruttamento del sentimento della perdita cioè mettere paura agli italiani che col cambiamento staranno messi peggio di prima.
E vogliamo parlare di come vengano utilizzate le prese di posizione del Presidente della Repubblica?
Nel 2022, il Capo dello Stato Sergio Mattarella aveva parlato con chiarezza della necessità di superare “logiche di appartenenza” nel Consiglio Superiore della Magistratura, definendole estranee al dettato costituzionale.
Parole applaudite trasversalmente che chiunque può riascoltare nel video presente anche in Rete. Parole che la sinistra aveva fatto proprie, rilanciato, usato come argomento a sostegno di una necessità riformatrice.
Oggi, quelle stesse logiche di appartenenza sembrano essere diventate intoccabili. Le correnti interne alla magistratura, che per anni erano state indicate come uno dei principali mali del sistema giudiziario italiano, improvvisamente non fanno più paura.
Anzi, sembrano quasi da difendere, da proteggere dall’invasione di campo di un Governo che osa mettere mano all’ordinamento nell’intento di fare il proprio dovere.
La selezione delle citazioni presidenziali è un’arte che la sinistra italiana pratica con disinvoltura: Mattarella ha ragione quando critica le logiche di corrente, ma diventa improvvisamente un riferimento secondario quando il discorso porta nella direzione sbagliata.
Questa forse è politica ma non è coerenza e dal punto di vista della comunicazione politica l’incoerenza è qualcosa che i cittadini non gradiscono.
C’è poi il precedente del Titolo V: quando riformare era virtù.
La memoria corta è una malattia politica trasversale, ma in questa vicenda colpisce particolarmente. Quando si trattò di modificare in modo significativo la Costituzione, basti pensare alla riforma del Titolo V sotto il governo di Giuliano Amato, nel 2001, non si gridò al colpo di Stato.
Furono modificati o coordinati ben 19 articoli della Carta costituzionale, con impatti rilevanti e duraturi sull’assetto istituzionale del Paese. I rapporti tra Stato e Regioni ne uscirono profondamente trasformati.
Quella era un riforma costituzionale e quella era la sinistra che si assumeva la responsabilità di modernizzare le istituzioni.
Nessuno parlava di attentato alla democrazia. Nessuno evocava fantasmi autoritari. Si discuteva nel merito, si valutavano le conseguenze, si accettava il rischio politico di cambiare ciò che andava cambiato.
Oggi, una riforma che tocca i meccanismi organizzativi della magistratura, senza minimamente toccare i principi fondamentali dell’indipendenza, senza smantellare le garanzie costituzionali dei giudici, senza introdurre controlli politici sulla giurisdizione, diventa un attentato alla democrazia. La coerenza logica di questa posizione sarebbe tutta da dimostrare.
Dietro al dibattito politico e alle polemiche istituzionali, c’è una realtà concreta che riguarda milioni di italiani. Un sistema giudiziario più efficiente, più equilibrato tra accusa e giudizio, più trasparente nei meccanismi di carriera e di disciplina non è un favore a un governo di centrodestra.
È un interesse dei cittadini. Di chi attende anni per un processo.
Di chi subisce l’ingiustizia di una giustizia lenta, costosa, spesso opaca nei suoi meccanismi interni.
Di chi, cittadino o impresa che sia, viene rovinato in seguito ad accuse gravi e dopo molti anni risulta totalmente innocente, ma chi paga per questi errori gravissimi?
Pagano i cittadini italiani che sborsano i soldi per i risarcimenti alle vittime della mala giustizia, ma non i magistrati che hanno sbagliato che anzi fanno pure carriera.
La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante risponde a un principio di equilibrio che molti sistemi giuridici europei già applicano. L’idea che il giudice che deve valutare le prove raccolte dall’accusa sia completamente indipendente da quest’ultima non è una trovata reazionaria: è una garanzia di imparzialità.
Ma oggi sembra che l’imparzialità sia diventata un concetto pericoloso, almeno quando a invocarla è il governo sbagliato.
Si può essere contrari nel merito, certo. Ma non si può sostenere per anni che l’impianto è figlio di un passato da superare e poi difenderlo strenuamente quando la riforma non porta la propria firma. Questa non è opposizione responsabile. È ostruzionismo travestito da principio.
C’è una parola che la sinistra italiana usa con generosità quasi illimitata: antifascismo. È diventata una categoria onnicomprensiva, uno scudo, una risposta preconfezionata a qualsiasi critica. Se si tocca la magistratura, è fascismo.
Se si riforma il CSM, è fascismo, se si condannano i delinquenti è fascismo! Se si propone ciò che il PD aveva scritto nel proprio programma elettorale, diventa fascismo nel momento in cui a farlo è Giorgia Meloni.
Ma l’antifascismo non è uno slogan da agitare a intermittenza e nemmeno una bandiera da issare quando torna utile e da ammainare quando la coerenza diventa scomoda.
Se davvero si ritiene che l’ordinamento della magistratura, almeno nel suo impianto generale, abbia radici in un modello nato sotto il fascismo allora il coraggio delle riforme dovrebbe valere sempre. Anche quando a proporle è l’avversario politico.
Anzi, soprattutto quando a proporle è l’avversario politico se si ha a cuore l’interesse dei cittadini.
Gli elettori, alla fine, giudicano soprattutto la coerenza. Non la perfezione delle riforme, non la purezza delle intenzioni, non la bellezza dei discorsi. La coerenza: quella semplice, quotidiana capacità di essere fedeli a ciò che si dice di credere, anche quando costa qualcosa. In questa vicenda, la coerenza dell’opposizione è la grande assente, solo urla, strepiti, propaganda becera fatta con cantanti, attori o presunti tali e comici che non fanno più ridere da tempo.
La sinistra, che ha paura di perdere ancora una volta, ha arruolato proprio tutti con età dai 18 ai 100 anni, persino magistrati che utilizzano le comunicazioni istituzionali per fare propaganda contro la riforma.
Al di là delle chiacchiere, nella Costituzione c’è scritto che la si può modificare. Con la riforma rimane scritto in Costituzione che la Magistratura è totalmente indipendente. Si eliminano invece le correnti politiche che da decenni trasformano la giustizia in ingiustizie ai danni dei cittadini.
Vedremo quale sarà la scelta degli italiani, mentre in lontananza echeggia la voce ferma e severa di Francesco Cossiga mentre ammonisce un noto magistrato, quel Cossiga che da Presidente della Repubblica, nel 1990 mandò i Carabinieri al Consiglio Superiore della Magistratura.
Cossiga detto “il Picconatore” che negli ultimi mesi del suo settennato al Quirinale fu fatto passare per demente da certi ambienti della DC e del PCI.
Non fu ovviamente una diagnosi medica ma spietata e becera delegittimazione politica del Presidente in carica, esattamente come sta avvenendo ora nei confronti della riforma della magistratura e del suo principale artefice: il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
